Smettiamo di associare magrezza e santità.

Parlo raramente del mio peso, non sento il bisogno di difendere una caratteristica fisica. Spesso, infatti, penso che se iniziassi a farlo, dovrei in automatico difendere anche la mia altezza (1.78)  o i miei capelli rossicci. (Nel Medioevo erano stigmatizzati e collegati a  potenziali streghe, vampiri o lupi) …e dovrei difendere persino la mia autodiagnosticata “neurodivergenza” (sì, qui sto solo scherzando, ovviamente)

Ma devo riconoscere una cosa, anche se so che il peso è un fattore in più, spesso mi ha fatto sentire “Non adatta” a parlare di Cristo. Temo che le persone possano pensare che io non “dipenda abbastanza” da Dio. Anche se chi mi conosce sa veramente quanto io ci tenga, quanto cerchi di essere fedele e di onorare Dio anche a tavola, spingendomi spesso, facendo tutto da zero, senza zucchero e rigorosamente fatto in casa. 

Ma ci sono tanti fattori che influiscono nel peso: la genetica, il metabolismo… La storia di vita, forse il cibo americano mi ha sballato gli ormoni da piccola? Forse dovevo nascere durante il Rinascimento? Siamo consapevoli che la nostra vita è completamente diversa?  il lavoro che svolgo (spesso al computer), le mie passeggiate insufficienti (soprattutto d’inverno)… Se so che sto facendo ciò che Dio vuole che io faccia e quanto sono grata per questo corpo, vale la pena perdere tutto questo tempo pensando a queste cose?

Ho un’allergia particolare che spesso mi obbliga a prendere cortisone per lunghi periodi, e questo, di conseguenza, fa risentire il mio corpo. Ma in fondo, non dovrei dare tutte “queste spiegazioni” solo per affermare: “Amo Dio più del cibo, anche se il mio corpo non lo riflette”. Che poi… Quante persone, probabilmente, non amano Dio più di ogni altra cosa… ma questo, semplicemente, “non si vede”.

Perché la verità è questa: abbiamo creato una gerarchia dei peccati visibili.

Il mio corpo racconta una storia che tutti possono leggere a prima vista, non posso nasconderlo, non posso mascherarlo con abbastanza strati di abbigliamento o sorrisi, è lì, esposto al giudizio immediato. E in quella frazione di secondo, qualcuno ha già deciso chi sono spiritualmente, quanto sono disciplinata, quanto amo veramente Dio.

Ma l’orgoglio? Quello non si vede. L’avarizia? Invisibile. L’invidia che corrode l’anima? Perfettamente nascosta dietro complimenti ben detti. La mancanza di perdono, l’amarezza, il giudizio spietato verso gli altri… tutto questo può convivere con un corpo “accettabile” e nessuno dirà mai: “Forse non dipendi abbastanza da Dio.”

Strano, no? Come se Gesù avesse passato più tempo a parlare di diete che di ipocrisia. (anzi, è esplicitamente detto che non contamina ciò che entra dalla bocca  ma ciò che esce. Matteo 5:11) E poi c’è questa cosa assurda delle giustificazioni. Ho imparato a portarle sempre con me, come una carta d’identità. “Ho una malattia, prendo cortisone, ho avuto due figlie, il mio metabolismo è lento…”. Come se il mio amore per Cristo dovesse passare attraverso un controllo di sicurezza corporeo prima di essere considerato autentico.

Ma perché? Perché devo spiegare la mia genetica per validare la mia fede? Perché devo elencare le mie condizioni mediche per avere il permesso di usare i miei doni? Chi ha stabilito che il peso corporeo è l’unità di misura della devozione?

Nessuno chiede a una persona: “Mi spieghi la tua tiroide prima di parlare di Cristo?”. Nessuno le dice: “Dimmi della tua routine in palestra, poi valuterò se la tua testimonianza è credibile.” La cosa più triste? È che io stessa ci sono cascata. Ho passato tempo a giustificarmi, a spiegare, a difendermi da accuse che forse nessuno ha pronunciato ad alta voce. Accuse che ho percepito, piuttosto, negli sguardi, nei silenzi, nelle piccole esclusioni o, peggio, nelle assunzioni (come darmi un piatto stracolmo di cibo, senza conoscere la quantità che mangio realmente). Ho finito per fare il lavoro del giudice al posto loro, condannandomi prima ancora che qualcuno aprisse bocca.


E questo è esattamente ciò che il nemico vuole, vuole che sprechiamo energie a difendere cose che non dovremmo mai dover difendere, vuole che ci sentiamo inadeguati per caratteristiche che non hanno nulla a che fare con il nostro valore (affermato e guadagnato nell’opera di Cristo sulla Croce) o la nostra chiamata. Vuole che rimaniamo in silenzio, perché “chi siamo noi per parlare di Dio quando non riusciamo nemmeno a…” A cosa? A conformarci a uno standard estetico che cambia ogni decade? A sembrare ciò che la cultura (anche quella cristiana) ha deciso sia  essere “santo”?

Vogliamo parlare di disciplina?

Sono così rigida con me stessa che controllo persino il caffè, se sento che ne sto bevendo troppo, mi fermo. Perchè: “Tutto mi è lecito ma non tutto mi giova… Tutto mi è lecito ma io non mi lascerò dominare da nulla.”. Conosco quel versetto, lo vivo, nella mia vita quotidiana, nelle mie scelte, nelle mie priorità.

Ma quella disciplina non si vede, non ha una taglia, non sta su una bilancia.
La mia disciplina sta nel dire no alle opportunità che mi allontanerebbero dalla mia famiglia. Sta nello scegliere la fedeltà, l’integrità, quando nessuno guarderebbe. Sta nel perdonare quando vorrei serbare rancore. Sta nel pregare anche quando non ne ho voglia. Sta nel servire anche quando sono stanca.

Ma tutto questo conta, se il corpo dice altro?, e allora mi chiedo: cosa stiamo veramente adorando? Quando guardiamo qualcuno e la prima cosa che valutiamo è il suo aspetto fisico prima della sua fede, cosa stiamo dicendo su ciò che consideriamo davvero importante? Quando escludiamo voci, testimonianze, leadership sulla base di come appare qualcuno, chi stiamo veramente servendo? Forse non è Dio. Lui guardò a Davide quando tutti vedevano i fratelli più alti, più forti, più “fighi”. Lui scelse Mosè che balbettava. Lui usò una ragazzina che sembrava insignificante chiamata Maria. Lui trasformò Pietro, impulsivo e traditore. Lui amò Zaccheo, piccolo e disprezzato. Dio ha sempre scelto le persone “sbagliate” secondo gli standard umani e continua a farlo.

Questo corpo ha portato vita due volte, due esseri umani sono esistiti dentro di me, nutriti da me, protetti da me. Questo corpo che qualcuno potrebbe giudicare inadeguato è stato istrumento di un miracolo. Due miracoli. Ha sopportato malattie, farmaci, cambiamenti, dolori… e continua ad andare avanti. Continua ad abbracciare e solo Dio sa che la mia unica richiesta è Signore: che non siano le mie braccia ma le tue. Questo corpo continua a servirmi mentre faccio ciò che Dio mi ha chiamata a fare e io dovrei vergognarmi? Dovrei nascondermi? Dovrei sentirmi meno qualificata a parlare dell’amore di Dio perché questo corpo racconta una storia diversa da quella che qualcuno si aspetta?

No.

Quindi smettiamo di associare la magrezza alla santità: Per il bene di tutti quelli che verranno dopo di noi. Per quella ragazza che sta pensando che non può servire Dio perché non assomiglia alle donne sui palchi di certe conferenze. Per quel ragazzo che pensa che la sua testimonianza non conti perché il suo corpo non è “abbastanza palestrato”. Per tutti coloro che hanno qualcosa di potente da dire ma lo tengono dentro perché temono che il messaggero invalidi il messaggio. Smettiamo per tutti coloro che stanno lottando con disturbi alimentari giustificati da una falsa spiritualità, per chi digiuna non per scendere in profondità con Dio ma per avvicinarsi a uno standard estetico. Per chi confonde l’autocontrollo con l’autodenigrazione.

E smettiamo anche per noi stessi. Perché la grazia ci rende liberi di vivere senza il giudizio che non viene da Dio, siamo autorizzati a usare le nostre energie per ciò che conta davvero. Possiamo alzare la voce senza dover prima chiedere permesso al metro o alla bilancia o allo specchio.

Perché Dio non ha bisogno di corpi perfetti ma di cuori disponibili.

E prima dell’esecusione pubblica lasciatemi puntualizzare: so che il “tutto mi è lecito ma non tutto mi conviene” non è una scusa per cedere a ogni desiderio, so che devo vigilare contro ogni forma di schiavitù, ma il punto è proprio questo: NOI NON POSSIAMO VEDERE le schiavitù altrui. Non possiamo sapere chi è veramente libero e chi no, possiamo solo vedere i corpi e  abbiamo deciso che QUEL corpo visibile è l’unica prova che conta, e questo è il problema, sopratutto perchè Gesù ci ha dato un metro di giudizio: i frutti. Ma quali frutti stiamo cercando? Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo. Nota: AUTOCONTROLLO, non “corpo magro”. L’autocontrollo si manifesta in mille modi: nelle parole che scegliamo, nel modo in cui reaggiamo, ma noi guardiamo solo il tipo di autocontrollo che si vede sulla bilancia.

E se il mio cuore è disponibile, se la mia vita è consacrata, se il mio amore per Lui è reale, se nella mia vita ci sono frutti tangibili, allora il resto è solo rumore. Un rumore che ho tutto il diritto di ignorare.

Perché alla fine, quando starò davanti a Lui, non mi chiederà la mia taglia. Mi chiederà: “Cos’hai fatto con ciò che ti ho dato in prestito? Hai amato bene? Hai servito fedelmente? Hai mostrato la mia grazia?

E io voglio poter rispondere di sì. Con questo corpo. Così com’è.

Karla Licano


Comments

2 risposte a “Smettiamo di associare magrezza e santità.”

  1. È proprio così
    AMEN ❤️🙏🏽

  2. Karla mi ha fatto tanto riflettere la tua meditazione e dico amen!! Liana

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